scrivere un libro

Come ho aiutato Mariachiara a scrivere un libro (che dovresti leggere)

“Ho un’idea per un libro, ma forse è una gran cavolata.”

Non conoscevo Mariachiara, anche se ho scoperto che mi seguiva da tempo.

Mi ha scritto un giorno qualunque, raccontando in breve chi fosse e cosa le stesse passando per la mente.

Mi sono subito incuriosita, anche se onestamente era qualcosa di nuovo per me: avrei dovuto valutare se la sua idea per scrivere un libro fosse buona o meno e, in un momento successivo, leggere le bozze per vedere se stesse andando nella giusta direzione.

Uno degli aspetti che amo profondamente delle consulenze è che queste donne si aprono in un modo che va molto oltre il parlare di lavoro. Vengono a galla le loro insicurezze, aspirazioni, idee, sogni. E a lei in particolare serviva qualcuno che le dicesse che sì, anche se il suo lavoro non aveva nulla a che fare con la scrittura, avrebbe potuto scrivere un libro. Qualcuno che le dicesse che l’idea funzionava e c’era la premessa per qualcosa di molto interessante. Di più.

Le serviva qualcuno che le appoggiasse una mano (virtuale) sulla spalla e le dicesse: ‘Stai tranquilla. Se vuoi davvero qualcosa, hai tutto il diritto di andare a prendertela’.

Cresciamo piene di insicurezze

Perché spesso quando parlo con una donna che ha un progetto imprenditoriale, che può essere ‘semplicemente’ un personal brand, vedo che serve un supporto che va molto oltre la comunicazione del brand o del prodotto. Viviamo una società che non ci cresce come guerriere consapevoli di poter raggiungere ogni obiettivo. Siamo bambine che devono sognare il principe azzurro, che devono essere ‘girly’ e ‘fashion’ (termini abusatissimi in tutte le pubblicità di giochi pensati per le femminucce), che sui libri leggono moltissimi nomi di possibili mestieri tutti al maschile (avvocato, notaio, meccanico ecc.). Potrei andare avanti delle ore…

libro voglio il tempo indeterminato, copertina, logo casa editrice women plot

Fatto sta che tenere tra le mani il libro di Mariachiara per me è una doppia vittoria.

La consapevolezza di aver sbloccato un talento mi riempie di gioia. E leggere nelle sue parole la soddisfazione e la determinazione mi conferma che quello che voglio non è solo creare un piano editoriale, ma anche poter aiutare le donne a sentirsi realizzate.  La realizzazione non ha nulla a che vedere con il guadagno o lo status, ma è qualcosa di molto più delicato: significa ascoltare quella voce talmente profonda che spesso rimane sepolta sotto strati di ‘non posso’, ‘non riesco’, ‘non devo’. Ebbene, quella voce è l’unica davvero autentica dentro di noi, l’unica che sa cosa vogliamo VERAMENTE.

‘Voglio il tempo indeterminato!’ – Attenta ai tuoi sogni, potrebbero realizzarsi

‘Voglio il tempo indeterminato!’ racconta la storia di Bianca, intrappolata nel tipico sogno italiano: quello di avere un tempo indeterminato in una grande azienda. Mentre tutti attorno sembrano volerla convincere che questo sia l’Eden, lei soffoca ogni giorno l’insoddisfazione e la frustrazione profonda per una realtà che è tutto tranne quello che immaginava. Tra logiche incomprensibili di azienda e colleghi che sembrano perfettamente calati nel loro ruolo, arriva la maternità a mescolare ulteriormente le carte.

Alla fine Bianca sarà in grado di ascoltarsi per davvero e liberarsi dalla sindrome della brava bambina?

Dietro alla storia di Bianca, una panoramica sulle trappole del lavoro e di una società ancora fortemente maschilista. Dietro a Bianca, le emozioni represse di una neomamma e di una donna che aveva grandi aspettative.

Non mi resta che augurarti buona lettura

entrare in clubhouse

La mia esperienza dopo qualche settimana nel nuovo social

Clubhouse mi ricorda quella serata di non so quanti anni fa (meglio non fare il calcolo).

Io e la mia compagna di classe Giulia eravamo andate a Milano, dove lei aveva un piccolo appartamento.

La sera – tirate a lucido per immergerci nella movida milanese – ci siamo dirette verso una famosa discoteca. Arrivate lì, abbiamo trovato una discreta fila e ci siamo preparate mentalmente ad aspettare un tempo indefinito per entrare. A un certo punto però, il buttafuori ci fa cenno di avvicinarci. Ci squadra e con la testa fa un impercettibile segno, aprendo la corda che ci separa dall’ingresso.

Non sono mai stata una regina delle discoteche e quella sensazione mi è rimasta appiccicata sulla pelle: l’ego che si gonfia come un palloncino, mentre salti la fila ed entri per il MERITOCRATICISSIMO criterio basato sull’aspetto fisico (e probabilmente sul fatto che eravamo due ragazze senza accompagnatori).

Ecco – dicevo – Clubhouse mi ricorda un po’ questo: se hai Android, stai fuori. Se nessuno ti manda l’invito, stai fuori. Se hai un qualche handicap che non ti permette di parlare o udire, stai fuori. Insomma, è chiaro no? Si punta sempre a lui, all’ego delle persone.

L’ego è come un leone affamato di conferme e complimenti, perciò niente lo renderà più felice che sentirsi ‘dentro’.

Sono rimasta in osservazione silenziosa di questo nuovo social network per un paio di settimane circa e poi, del tutto inaspettatamente, mi sono ritrovata in una ‘room’ a condividere il racconto dei miei due parti in casa maternità.

E di nuovo, in un’altra room a parlare di ‘donne e digitale’.

È assolutamente prematuro trarre delle conclusioni ma ecco alcune considerazioni in ordine sparso:

  1. Niente andrebbe escluso a priori, quindi se in qualche modo la tua presenza digitale è importante per il lavoro che fai, meglio provare a entrare e rimanere per un po’, per poi fare le tue valutazioni.
  2. Troverai sicuramente qualche tematica di tuo interesse e potresti imparare qualcosa di nuovo, o comunque ricevere spunti interessanti.
  3. Di certo è un’occasione per fare networking con professioniste che hanno a che fare con il tuo settore, e ricordiamoci che un freelance non è un lupo solitario: fare rete porta tanti vantaggi, tra cui quello di farti conoscere e affermare il tuo brand.
  4. È una palestra per vincere le tue resistenze a parlare in pubblico; potresti cominciare con un piccolo intervento su una tematica nella quale ti senti totalmente a tuo agio (anche se magari non c’entra nulla con il tuo lavoro).
  5. Potresti decidere di usarlo come una sorta di podcast – magari intervistando professionisti complementari a quello di cui ti occupi – oppure organizzando delle tavole rotonde.

Per quanto mi riguarda, la nota dolente è che è decisamente un social ruba-tempo, molto più di altri. Infatti, tutto avviene live, quindi non c’è modo di salvare le conversazioni per ascoltarle in un momento in cui ti fa comodo. Per altro, se vuoi parlare, devi aspettare il tuo turno e ci potrebbe volere un po’ prima che ti venga data la parola.

La conseguenza è che può facilmente farti venire quell’ansia di starti perdendo qualcosa di importante… magari vedi la notifica e inizia una lotta intestina sul fatto di entrare o meno nella stanza.

In aggiunta, ogni tuo intervento – sia che tu sia un semplice ospite o l’organizzatore della ‘stanza’ – non può essere salvato e quindi non potrai riutilizzarlo su altre piattaforme.

In conclusione, non mi sento ancora di esprimere un giudizio definitivo su Clubhouse.

Sarà davvero utile per trovare nuovi clienti? Vale il tempo che spendi? Rimarrà com’è o cambierà nel tempo? O magari diventerà una funzionalità che acquisiranno anche gli altri social network?

Lo scopriremo solo vivendo (e sperimentando).

raccontare il fallimento per trovare clienti

Perché al cliente interessa di quando hai fallito.

Sei mai stata a Londra?
 
E’ una città che amo particolarmente, e non solo perché ogni volta mi riempie di energia e creatività come quei bomboloni che quando li mordi ti esplode la crema tra le labbra, ma anche perché ci ho vissuto 4 mesi.
 
Sì, io e il mio futuro marito abbiamo passato lì un po’ di tempo per fare un’esperienza di vita all’estero: lui studiava inglese mentre io lavoravo come commessa in un delizioso negozietto di abbigliamento per donna.
 
Quando è stato il momento di tornare a casa, due parole suonavano ininterrottamente nella mia testa: concept store.
 
Decisi così di aprirne uno: un negozio di abbigliamento prevalentemente handmade – fatto da bravissime artigiane italiane e non – accessori originali e uno spazio per piccoli eventi.
Di questa esperienza durata un paio d’anni non c’è traccia nel mio cv, semplicemente perché non è rilevante rispetto alla strada che ho deciso di intraprendere successivamente, però ho deciso di parlartene.
 
Il pubblico bolognese abituato alla dicotomia ‘catene low cost VS brand di lusso’ non capì più di tanto il progetto, modellato sullo spirito e la mentalità londinese. 
Facebook era ancora giovane e una piattaforma non dedicata al business, mentre Instagram aveva appena fatto la sua timida comparsa in Italia: così, non avevo né le conoscenze né gli strumenti giusti per far conoscere il mio piccolo concept store alla nicchia giusta, che sicuramente sarebbe stata in target con quello che proponevo.
 
Non posso dire che fu un disastro, anzi, avevo diverse clienti fedeli, ma l’affitto esorbitante e la concorrenza dei brand low cost che stavano prendendo sempre più piede non mi consentirono di andare avanti.
 
Non ti nego che ci ho messo anni a digerire quel ‘fallimento’, parola che oggi non uso più (fallire vuol dire semplicemente che un’esperienza non è andata come previsto, ma non è una stigmate) ma che mi ha segretamente accompagnato e condizionato per i 5 anni successivi.
 
Perché ti ho raccontato tutto questo?
 
Perché voglio invitarti a raccontare il fallimento.
 
Sì, anche se viviamo in una società che spinge sempre a mostrare il lato migliore e nascondere le ‘rogne’, il tuo pubblico ne ha bisogno.
Che tu sia un’ottima professionista lo possono vedere da tutto ciò che condividi, dal tuo cv/profilo Linkedin e da un eventuale portfolio, ma che sei la professionista che fa per loro come fanno a saperlo?
Non sarà certo raccontando ogni giorno che sei la migliore nel tuo campo che li convincerai, perché non so se l’hai notato ma tutti sembrano essere i migliori nel loro campo. 😉

 
I tuoi potenziali clienti hanno bisogno di entrare in connessione con te e con le tue emozioni (di brand): non vogliono la lista dei tuoi successi, ma vogliono conoscere i momenti difficili, le incertezze, le cadute e tutto ciò che ti ha portato ad essere chi sei ora.
Naturalmente questo vale sia che parli di te in prima persona, come ho fatto io prima, sia che racconti a nome del brand.

Puoi raccontare ad esempio di quel tessuto che ti piaceva tanto ma che si è rivelato un disastro da cucire, di quel fornitore che ti ha lasciato a piedi facendoti tardare nelle consegne, ti quel libro che non sei mai riuscita a finire o di quella strategia social che non ha funzionato per niente.
 
Nessuna storia è fatta solo di glitter: non vergognarti di mostrare anche ciò che non ha brillato, perché per progredire abbiamo bisogno di sfide e le sfide implicano diverse cadute.

Sicuramente è stato proprio il ‘fallimento’ a farti crescere con il turbo nel lavoro… e nella vita.

Bruno Munari Creatività

Di lui avevo sentito parlare proprio in relazione ad infanzia e sviluppo della creatività, ma non avevo approfondito.

Poi trovo lei: una puntata del podcast di Chiara Battaglioni dedicata proprio a Bruno Munari. Ho ascoltato rapita ogni parola, compresi i suoni in sottofondo che richiamavano un mondo vintage e le parole stesse di Munari: un misto destabilizzante tra semplicità e genialità.

UN UOMO DECISAMENTE ECLETTICO

Ma chi era costui? E perché sia Chiara che io abbiamo deciso di parlarne all’interno dei nostri spazi?

Bruno Munari è stato un pittore, scultore, designer grafico e industriale, un artista a tutto tondo; una delle figure più indipendenti e influenti nella storia del design italiano e internazionale. Praticamente, un Leonardo da Vinci del XX secolo.

Bruno Munari opere
‘Alla faccia’ – Bruno Munari

Anni 60: immagina un uomo che entra in fiera e si avvicina allo stand della Xerox, una delle più grandi aziende di stampanti e fotocopiatrici.

Di fronte allo sguardo sconcertato del dipendente dell’azienda, inizia a muovere una texture sulla stampante. La muove in lungo e in largo, mentre il fascio luminoso la attraversa, contravvenendo così alla basica regola di mantenere immobile il soggetto che si vuole riprodurre. Non contento, fa la copia della copia della copia della copia ecc.

Cosa ne esce? Una prima bozza di quelle che diventeranno le famose Xerografie di Munari. Chiamiamole opere d’arte: di certo lasciano un segno nell’estetica del tempo.

Chiara nel suo podcast sottolinea la contrapposizione tra processo e prodotto. Il prodotto finale è qualcosa che si manifesta solo dopo aver sperimentato con lo strumento, dopo aver tolto i freni e osato. All’inizio ci può essere un’idea, una qualche aspettativa, ma cosa sarebbe uscito dai quei ‘giochi’ con la stampante, nessuno lo sapeva.

PER SVILUPPARE LA CREATIVITA’ OCCORRE SPERIMENTARE

Ed ecco allora uno dei grandi insegnamenti che possiamo tatuarci sul cuore: creatività è sperimentazione, è alimentare la più sciocca curiosità senza aver paura di sbagliare, senza pretendere di sapere quale sarà esattamente il risultato finale.

Non dobbiamo necessariamente fare quello che fa il nostro competitor (e magari lo fa molto bene) né tantomeno fare qualcosa solo perché lo fanno tutti i nostri colleghi.

Troviamo sempre la nostra personale strada, così saremo in grado di distinguerci e di aprire i nostri canali creativi, provando piacere in quello che stiamo facendo.

Sperimentare ed essere creativi, senza l’ansia di sbagliare, perché solo così troveremo quello che fa per noi e ci emoziona.

Quindi la creatività è legata al gioco e ci permette di connettere tra loro le informazioni che già possediamo in un modo nuovo.

Un’altra opera davvero innovativa di Munari è Abitacolo (1971), ovvero una struttura smontabile e rimontabile in varie combinazioni, progettata per risolvere tutte le necessità relative alla camera di un bambino che cresce. L’estetica finale è lasciata a chi lo usa, perché si tratta di un prodotto ingegnoso che, a sua volta, stimola l’ingegno.

Opere Bruno Munari
Abitacolo

Non posso che condividere la riflessione fatta da Chiara.

Proprio come richiesto da Abitacolo, dobbiamo scegliere gli strumenti che preferiamo e adattarli a noi e al nostro lavoro. Anche se a molti piace parlare di ‘tools irrinunciabili’ e strategie vincenti, la verità è che siamo tutti diversi e abbiamo bisogno di prendere il buono e lasciare andare tutto quello che non ci corrisponde.

Un altro grande messaggio che personalmente penso si possa leggere nell’opera di Bruno Munari è: falla semplice!

FALLA SEMPLICE

Parliamo infatti di un uomo geniale, capace di sintetizzare elementi e procedure complesse, in modo che anche un bambino potesse capire, infatti proprio ai bambini sono rivolte molte delle sue creazioni.

Falla semplice anche nella comunicazione e pensa di parlare proprio con i bambini. Una fetta di ciambella che profuma di vaniglia emoziona più di un donut light con colorante alimentare, un crosta sulle ginocchia sporche di fango è più evocativa di un’alterazione circoscritta della pelle che si forma al di sopra di lesioni di varia natura.  La semplicità ti aiuta a sviluppare la creatività, così come un bambino avrà molte più idee se gli dai una pigna e uno spago, invece che un I-pad (senza voler demonizzare necessariamente la tecnologia).

L’attenzione delle persone è come un alito di vento. Catturala con frasi semplici, musicali ed emozionanti.

“Non c’è stato un momento, nella mia infanzia e nella mia vita, in cui mi sono accorto che la mia strada sarebbe stata quella dell’artista. C’è sempre stata una specie di ‘dissolvenza incrociata’ tra la vita normale di paese e una mia attività che oggi si definirebbe ‘creativa’, provocata dalla curiosità e dalla voglia di fare qualcosa di diverso dal solito.” 

(Bruno Munari)

ps. Ti consiglio di ascoltarti anche altre puntate di “Work Better” 😉

lavorare nell'editoria

Ti affascina il mondo dell’editoria e ti sei sempre chiesta come funzioni?

Sara Gavioli ci racconta il suo lavoro nell’editoria e ci dà spunti utili per essere creativi, disciplinati e sempre ispirati 😉

L’ho scoperta grazie al suo canale Youtube dove parla proprio di questo, attraverso una visione a 360 gradi: dall’interno come editor ma anche come autrice, e dall’esterno, come appassionata lettrice.

Insomma, il mondo delle parole è il suo pane quotidiano e penso si possa imparare molto sullo storytelling grazie ai suoi video, anche se non si ha intenzione di pubblicare nulla.

. Sara, raccontaci chi sei e che lavoro fai.

Salve e grazie mille per avermi accolta sul tuo blog.

Descrivere il mio lavoro è sempre complicato, specialmente se provo a spiegarlo a chi non conosce l’editoria o il mondo dei freelance. Potrei dire che vivo immersa nelle storie: ne leggo, per valutarle, correggerle e proporle, ma ne scrivo anche.

Sono poi un’accanita lettrice nel tempo libero, quindi immagina: le mie giornate ne sono piene.

Gestisco un canale su YouTube in cui parlo (indovina un po’?) di editoria e scrittura, e dall’anno scorso porto avanti ben due podcast – “Nelle storie” e “Ikigai”- per discutere della vita creativa e di storie dense di significato.

Sono molto attiva su Instagram e lì mostro la mia quotidianità, intervallando contenuti più leggeri a discorsi di approfondimento sul mondo editoriale.

Non ho ancora finito: a settembre uscirà il mio romanzo, “Clinamen”, che sto autoproducendo con orgoglio.

Insomma, ora che ci penso faccio davvero tante cose. 

. Cosa rappresenta per te la scrittura nella vita?

Questa è una domanda importante.

Me la sono posta diverse volte, in passato. Il mio mestiere porta al contatto con l’editoria e con il lato più “commerciale” dei libri: quello delle selezioni severe e delle pubblicazioni finalizzate al fatturato di un’azienda. Man mano ho iniziato però ad allontanarmi da questo modo di vedere la scrittura, non perché il guadagno non conti (bando alle ipocrisie, certo che conta!) ma perché mi sono appassionata al mondo degli autori. Oserei dire a quello degli “emergenti”, parolaccia tremenda.

La scrittura è sempre uno strumento per comunicare, ma ogni dattiloscritto inedito contiene ben più del mero racconto che viene narrato. Ci sono dentro sogni, aspettative, insicurezze, progetti. Gli autori sono quasi sempre un po’ ingenui e hanno un’idea semplicistica di come la pubblicazione possa funzionare, però la loro ingenuità mi ha aiutata a vedere il lato genuino dell’espressione creativa.

La mia “mission”, diciamo, è di essere per loro un aiuto. Non una guru, per carità, ma al contrario una voce sincera che li avverta e li prepari. Ecco, questo è lo scopo che mi prefiggo nel lavoro.

Per quanto riguarda ciò che scrivo io, invece, scrivere significa dare qualcosa. Qualcosa che non riuscirei a dare in un altro modo e che spero rimanga con i lettori anche dopo.

. Quali pensi siano le chiavi per una comunicazione efficace?

Prima di tutto, l’onestà. Il pubblico non è composto da stupidi e si accorge delle contraddizioni in poco tempo.

I “follower” non sono dei numerini senza faccia ma delle persone. Mi stupisco sempre quando chi mi segue dice di essere sorpreso dalle mie risposte: a volte passo ore a mandare messaggi vocali in cui dialogo con qualcuno, ma non ci vedo nulla di strano. “Community” vuol dire comunità, dunque interazione.

Certo, a volte non è semplice star dietro a tutto e anch’io posso ritardare nelle risposte, specialmente via e-mail (vi scrivo presto, giuro!) ma faccio davvero tutto ciò che posso per rispondere ogni volta, anche a semplici dubbi.

E poi… Forse una cosa che ha funzionato con me è evitare lo snobismo. Mi ripetono spesso che sono rassicurante e facilmente approcciabile, “una di noi”. Mi fa sorridere perché è ovvio che io lo sia, ma a volte essere dall’altro lato del cellulare crea idee strambe e si inizia ad allontanarsi dalla propria community e sembrare irraggiungibili, forse.

. Cosa consigli a chi si sente sempre a corto di idee?

Sono piuttosto asociale, ma in questo caso consiglierei di uscire. Di ascoltare e guardare la gente, al parco, sui mezzi, per strada. Io trovo ispirazione così: il mondo è pieno di storie, le si incontra anche scendendo le scale prima di varcare il portone di casa.

Un’altra fonte di idee possono essere le notizie di cronaca, o ancora videogame, film, altri libri. Non sto consigliando di copiare, ma di “riempirsi”, di nutrire il nostro cervello. 

. Scrittura e disciplina: come fai a trovare un ritmo regolare e ottimizzare il tempo?

Uno dei complimenti che ricevo riguarda la mia capacità di portare avanti mille progetti. Ne sono fiera, anche se la causa è che sono una persona un po’ strana: alterno periodi d’attività frenetica ad altri in cui non mi alzo più dal letto. Posso giustificarmi dicendo che gli artisti sono sempre un po’ matti, giusto?

Comunque, sono anche una fan dell’organizzazione. Mantenere una routine aiuta moltissimo: al mattino, mentre sorseggio il primo (di tanti) caffè, inizio la giornata ascoltando una puntata di un podcast creativo, poi mi metto al lavoro fino all’ora di pranzo. Quel piccolo momento iniziale mi dà la carica per le ore successive.

Credo che prevedere del tempo da dedicare a noi stessi, per fare una passeggiata, un bagno rilassante o solo per rimanere sul divano a vegetare, sia importante. Per il resto, all’inizio si sbaglia; provando e riprovando, secondo me tutti possono trovare il proprio ritmo.

Non possiamo essere produttivi ventiquattro ore al giorno, del resto.

Grazie Sara per questa interessantissima intervista!

scrivere bio efficace

“La semplicità è la più grande sofisticatezza’

Lo diceva Leonardo da Vinci e penso che questa geniale affermazione, ancora così contemporanea, dica tutto di lui.

E quando qualcuno mi chiede aiuto perché la sua BIO sia efficace, non posso che pensare al caro Da Vinci.

Forse non sai che:

. Ha fatto importantissimi studi sull’urbanistica: quando ci fu la peste a Milano, sviluppò un progetto di città ideale, basata sulle esigenze dei cittadini.

Ad esempio, inserì una rete di canali per lo smaltimento dei rifiuti e delle sopraelevate per consentire il passaggio dei pedoni.

. Grazie a lui, sono nate nuove tecnologie: è merito delle sue macchine per volare, simili ad uccelli, se oggi abbiamo gli aeroplani… E dici poco!

. Ha dato un importante contributo come scrittore: la sua prosa è considerata una delle più pregevoli e importanti del Rinascimento italiano.

. Era un grande artista: ha inventato o utilizzato alla loro massima espressione tecniche molto particolari, come la prospettiva aerea, lo sfumato leonardesco ecc. I suoi dipinti non hanno bisogno di ulteriore pubblicità direi 🙂

Insomma, ti immagini se Leonardo avesse dovuto scrivere in poche righe la bio risolutiva per il suo sito web? O, ancora più complesso, per il suo profilo Instagram?

Quale lato far emergere… Leonardo ingegnere? Urbanista? Artista? Scrittore? 

La risposta è: dipende dal target, dai potenziali clienti da attrarre.

Immagina infatti, se tu stessi cercando un determinato servizio, e capitassi sul sito di una persona che nella sezione ‘about’ scrive di sé che è un asso nella scrittura, nella scienza e nelle arti. Ti fideresti? Io credo di no.

Dalla bio deve emergere la tua unicità, qualcosa che le persone non possano trovare in un tuo competitor, qualcosa che le attiri proprio verso di te. E perché sia davvero efficace, al suo interno chi legge deve trovare la risposta a un bisogno.

Per quanto riguarda il caro Leo invece, beh, io scriverei semplicemente: GENIO.

scegliere angolazione per raccontarsi

Sono subdoli.

Si nascondono, si mimetizzano nel testo e non basta rileggere una volta per avere la certezza di un contenuto senza errori errori.

Che tu debba scrivere i post del blog, la newsletter ma anche i testi per i tuoi social, ecco qualche strategia per aiutarti a trovare errori ortografici, di battitura e tutto ciò che merita una correzione.

Inizio con il dirti che il nostro cervello non è un buon alleato, perché ha l’abitudine di completare in modo autonomo le frasi e, se la prima e l’ultima lettera di una parola sono corrette, riesce a leggere senza problemi tutta la parola.

Prova a leggrere qusete palrole: fai mollta faitca? 

Io non credo 🙂

Ecco perché rileggere un paio di volte non è sufficiente, e nemmeno il programma di scrittura che sottolinea i termini sbagliati (ti consiglio comunque sempre di fare il controllo ortografico tramite pc).

3 metodi efficaci per aiutarti a eliminare gli errori ortografici:

. LEGGI AD ALTA VOCE

So che costa fatica, ma la lettura ad alta voce ti consente subito di capire se la punteggiatura è ottimale, se il ritmo delle frasi rende il testo interessante e se è il caso di aggiungere o – molto più frequentemente – togliere qualcosa.

. LEGGI DALLA FINE ALL’INIZIO 

Rileggere a partire dall’ultima parola, fa sì che tu non proceda in automatico, ma ti soffermi su ogni singolo termine.

E’ una gran noia ma aiuta davvero molto!

. CAMBIA FORMATO

Specialmente se si tratta di testi lunghi, non usare solo il pc, ma rileggi anche da telefono. In alternativa, puoi modificare la grandezza e il font del carattere.

Di nuovo, offri al tuo cervello un diversivo che lo ostacoli nel rileggere con il pilota automatico.

Tip da lucciola:

L’ho provato sulla mia pelle e mi ha portato a non vedere un errore… Non inserire modifiche all’ultimo minuto!

Inutile fare tutto il lavoro di rilettura, se poi poco prima di pubblicare inserisci delle modifiche. Niente ti impedisce di farlo, ma allora ricomincia da capo con le tecniche precedenti. Altrimenti è un attimo e l’errore ortografico si insinuerà senza che tu te ne accorga.

E, considerando che avrai letto e straletto ogni parola, non potrai che tirare una piccola testata contro il muro e imparare la lezione per la volta successiva 😉

3 tecniche per rileggere
per eliminare gli errori cambia dispositivo
pensiero creativo

Innata o indotta? Tutti possono allenarsi al pensiero creativo.

Qualche giorno fa, ho ascoltato la puntata di un podcast che mi piace molto (questa), nella quale Carmen Laterza – scrittrice, ghostwriter ed editor – intervista Giovanni Lucarelli, docente e facilitatore di creatività.

La creatività è un tema che mi appassiona moltissimo, proprio perché è sempre stata parte integrante delle esperienze che ho fatto e l’aspetto più stimolante nel mio lavoro. Lucarelli parla degli studi che indagano il fattore creativo nelle persone: questo fattore, così come tanti altri aspetti della nostra personalità, è la somma di una propensione naturale più o meno spinta, e i fattori ambientali; in particolare, un’educazione aperta al dialogo – che non censura l’errore – è sicuramente un’ottima base per sviluppare maggiormente il pensiero creativo.

Ma stop: cosa si intende per creatività?

Arthur Koestler (scrittore, giornalista e parapsicologo) diceva: “La creatività è l’arte di sommare due e due, ottenendo cinque”. E in effetti, si tratta di sviluppare il cosiddetto pensiero laterale, per trovare nuove connessioni utili tra elementi già esistenti.

Va da sé che non è un’attitudine funzionale solo in ambito artistico, ma ovunque, anche in finanza!

Riprendendo il discorso di un’educazione che dia spazio all’errore, non potrei essere più a favore. Tanto per cominciare, l’apprendimento si fonda proprio su prove ed errori, e in secondo luogo, da quello che sembra un errore può nascere qualcosa di meraviglioso e inaspettato (Colombo per errore ha scoperto un nuovo continente, per dire).

LA CREATIVITA’ SI ALLENA

Che tu sia più o meno portata, puoi senz’altro allenarti ad essere creativa.

Per quanto riguarda la scrittura, che è l’ambito nel quale do più sfogo a questa attitudine, ho toccato con mano come l’allenamento possa essere efficace e stimolante.

Mio figlio Matteo, di anni 5, spesso ha bisogno di una spintarella per lasciarsi andare all’estro e c’è un esercizio che gli piace particolarmente. Si tratta di una storia con diversi pezzi mancanti (titolo compreso) e naturalmente è pensata perché il bambino integri le varie parti, facendo venire fuori ogni volta una trama diversa.

Anche se spesso nascono racconti senza né capo né coda, lui li adora perché sono suoi ‘prodotti’ ed è davvero un buon metodo per spingerlo a liberare l’immaginazione.

Ecco, penso che questo esercizio sia utile anche per gli adulti.

Quindi, ora che abbiamo chiarito cosa sia la creatività, sia che tu voglia incrementarla perché ti fa sentire bene, sia che ti serva nel lavoro, prova a fare così: prendi un libro che ti piace e che conosci bene. In particolare, individua due pagine e prova a togliere dei pezzi.

Scegli tu come sostituirli. Crea una nuova, fantastica, incredibile, surreale storia.

L’ignoto dal noto.

Ecco un pezzetto del mio:

TESTO ORIGINALE (TRATTO DA ‘MANGIA, PREGA, AMA’ di Elizabeth Gilbert)

La mattina seguente la meditazione è un disastro. Disperata supplico la mia mente di farsi da parte e lasciarmi trovare Dio, ma lei mi dice con volontà d’acciaio: “Non lascerò mai che tu mi metta da parte”.

Per tutto il giorno sono così piena di odio e rancore che temo per la vita di chiunque incroci il mio cammino. 

Mi vergogno della mia rabbia e vado a nascondermi (ancora!) in bagno per piangere in pace, poi m’indigno con me stessa per aver pianto, e mi viene in mente che la mia guru dice di non lasciarsi andare ogni volta, altrimenti diventa un’abitudine… Ma che ne sa lei? Lei è illuminata. Non può aiutarmi. Non può capire ME.

Nessuno deve rivolgermi la parola. In questo momento non posso tollerare la faccia di nessuno. 

Per un po’ riesco ad evitare anche Richard il texano, ma all’ora di cena mi trova e si siede, coraggioso, nel bel mezzo della nera nebbia che mi circonda.

“Com’è che sei tutta così accartocciata?” Strascica le parole, lo stuzzicadenti in bocca, come al solito.

QUI IL MIO PASTICCIO CREATIVO:

“La mattina seguente la meditazione è un disastro. Disperata supplico la mia mente di farsi da parte e FARE SI’ CHE MI RICORDI COME FABBRICARE UN MOJITO ANCHE IN MEZZO ALLA GIUNGLA, ma lei mi dice con volontà d’acciaio: “AL MASSIMO TI INSEGNO A FARE LA PIZZA CON FOGLIE E RAMI!”.

Per tutto il giorno sono così piena di odio e rancore che temo per la vita di chiunque incroci il mio cammino. 

Mi vergogno della mia rabbia e INIZIO A SALTARE DA UN ALBERO ALL’ALTRO CON LE LIANE, SE FUNZIONA PER TARZAN, PUO’ FUNZIONARE ANCHE PER ME, e mi viene in mente che la mia guru dice di non lasciarsi andare ogni volta, altrimenti diventa un’abitudine… Ma che ne sa lei? Lei E’ UNA BALLERINA DEL TEATRO RUSSO CON UNA GAMBA SOLA. Non può aiutarmi. Non può capire me.

Nessuno deve LANCIARMI SASSI CON LA FIONDA ADESSO. In questo momento non posso tollerare la faccia di nessuno. 

Per un po’ riesco ad evitare anche Richard il texano, ma POI SBUCA DA DIETRO UN CESPUGLIO E SI ATTACCA ALLE MIE GAMBE, PERCHE’ ANCHE LUI VUOLE VOLARE INSIEME A ME COME TARZAN, ANCHE SE SEMBRIAMO PIU’ DUE ACROBATI PAZZI DEL CIRCO. 

“QUESTA GIUNGLA E’ UNO SBALLO!” Strascica le parole, lo stuzzicadenti in bocca, come al solito”.

? Nella mente le scene hanno preso vita. Ho visto Liz attaccarsi alle liane in mezzo al verde della giungla.

Prova anche tu e fammi sapere come ti fa sentire.

Presta attenzione a cosa succede nella mente quando rielabori la storia in libertà, a quel preciso momento nel quale parte il flusso creativo 🙂

creatività

Ascolta il tuo corpo e asseconda i momenti di maggiore produttività.

Chi ha detto che le persone produttive sono quelle che lavorano 10 ore al giorno?

Essere molto impegnati non significa necessariamente essere altrettanto produttivi.

Durante i primi anni di lavoro, mi sono capitate alcune esperienze che avevano un aspetto comune: mi ritrovavo seduta alla scrivania senza avere niente da fare. 

Sembra assurdo, ma i miei titolari per quel giorno non mi avevano dato abbastanza lavoro e magari ero in pari con tutto il resto. A volte chiedevo, ma se loro erano impegnati o fuori sede, semplicemente temporeggiavo.

Per cui sì, stavo alla scrivania le mie 8 ore. Ma quante di queste erano veramente ben impiegate?

La stessa cosa può succedere anche se sei freelance e non hai qualcuno dall’alto a darti consegne e scadenze. Magari sai perfettamente cosa dovresti fare, ma vai un attimo su quel sito ad acquistare quella cosa, poi controlli un’altra cosa su Facebook e ti perdi a leggere un articolo sulle fasi lunari e la crescita dei capelli.

Il web può davvero risucchiarti tempo ed energie: se non sei tu a controllare lui, sarà lui a controllare te!

Ci sono mille strategie pensate per favorire concentrazione e produttività, e sicuramente ne parlerò in questo blog, ma non adesso.

Se sei freelance e hai quindi la possibilità di decidere del tuo tempo, oggi voglio solo darti un consiglio: ascoltati.

Nella concezione tradizionale di ‘lavoro’ non c’è spazio per l’ascoltarsi, perché sai che devi essere in ufficio (o ovunque lavori) dall’ora x all’ora y.

Se invece devi auto-organizzarti, prova – per una settimana – a tenere un quadernetto dove annotare di ora in ora quello che hai fatto e come ti sei sentita.

L’ideale sarebbe che tu testassi ore diverse in giorni diversi, variando almeno un pochino.

Scoprirai che ci sono momenti della giornata nei quali concentrarti ti viene molto più semplice. Puoi notare differenze enormi anche da un’ora all’altra. In quei momenti di massima concentrazione, la tua produttività sarà alta e andrai come un treno.

Negli altri momenti sicuramente arrancherai, facendo diverse pause e perdendoti più facilmente.

Cerca di inserire quelle attività che ti richiedono maggiore creatività e – diciamo – uso dei neuroni, negli orari durante i quali ti concentri più facilmente.  

Nelle restanti ore invece, tutto il resto.

So che sembra banale ma a volte ci incaponiamo a rispettare scalette che non seguono questa filosofia, con il risultato che rendiamo molto meno.

Io, ad esempio, ho notato che tra le 6 e le 7 del mattino sono estremamente focalizzata e produttiva. Ai tempi dell’università, la mattina dell’esame utilizzavo quell’ora per ripassare ed era straordinario come riuscissi a fissare i concetti.

Ora sono abituata a svegliarmi alle 6 ogni giorno e, molto spesso, lavoro fino alle 7, nel meraviglioso silenzio della casa (escluso il russare del cane, naturalmente).

Purtroppo, a causa delle esigenze di vita e familiari, non è sempre possibile lavorare o studiare quando corpo e mente sarebbero più predisposti, ma possiamo comunque fare del nostro meglio per organizzarci con la scelta delle attività da svolgere.

Tip da lucciola: se devi occuparti di scrivere un contenuto creativo e coinvolgente, scegliere con cura il momento migliore per te può fare davvero la differenza, evitandoti il rischio di fissare a lungo il foglio bianco.